Bardamu-Louis-Ferdinand
“Ich versichere Sie, Molly, daß ich Sie wirklich lieb habe, und ich werde Sie immer lieb haben… so gut ich’s kann. Auf meine Weise…”
Meine Weise, das hieß: nicht so sehr. Und sie war doch schön und verführerisch. Aber ich hatte nun mal diese verdammte Neigung zu Hirngespinsten. Vielleicht konnte ich gar nichts dafür. Das Leben zwingt einen zu oft dazu, sich mit Hirngespinsten zu begnügen.
“Sie haben ein sehr liebevolles Herz”, beruhigte sie mich, “und Sie sollen nicht meinetwegen weinen… Der Wunsch, alles zu wissen, macht Sie ganz krank. Das ist das Ganze… Schließlich ist Ihr Weg Ihnen wohl vorgezeichnet… Ihnen allein. Die einsamen Wanderer legen immer die größte Strecke zurück… Also reisen Sie bald ab?”
“Ja, ich will in Frankreich zu Ende studieren, und dann komme ich hierher zurück”, versicherte ich dreist.
“Nein, Ferdinand, Sie werden nicht wiederkommen… Und ich würde auch nicht mehr hier sein…”
Sie machte sich nichts weis.
Der Augenblick der Abreise kam. Eines Abends, kurz vor der Stunde, zu der sie ins Haus zurückkehren mußte, gingen wir zum Bahnhof. Ich hatte mich im Laufe des Tages von Robinson verabschiedet. Er war auch nicht begeistert davon, daß ich ihn allein zurückließ. Alle Leute ließ ich immer allein zurück. Als Molly und ich auf dem Bahnsteig den Zug erwarteten, gingen ein paar Männer vorbei, die taten, als kennten sie sie nicht, aber sie flüsterten miteinander.
“Jetzt sind Sie schon weit fort, Ferdinand. Nicht wahr, Ferdinand, Sie tun doch ganz bestimmt das, was Sie wirklich wollen. Das ist das Wichtigste. Darauf allein kommt’s an…”
Der Zug ist in den Bahnhof eingefahren. Ich war von meiner Unternehmung nicht mehr sehr überzeugt, als ich die Lokomotive sah. Ich küßte Molly mit aller Kraft, die ich noch im Leibe hatte. Zum erstenmal empfand ich echten Schmerz um alle Welt, um mich, um sie, um alle Menschen.
Vielleicht sucht man nichts anderes im Leben als den größten Schmerz, der möglich ist, um einmal man selbst zu sein, bevor man stirbt.
Viele Jahre sind seit jener Abreise vergangen… Ich habe oft nach Detroit geschrieben und an alle anderen Adressen, an die ich mich erinnern konnte, wo man etwas von Molly wissen und ihr die Briefe nachsenden konnte. Ich habe niemals eine Antwort erhalten.
Das öffentliche Haus ist jetzt geschlossen. Das ist alles, was ich erfahren habe.
Gute, verehrungswürdige Molly, wenn du an einem mir unbekannten Ort dies liest, sollst du wissen, daß ich mich dir gegenüber nicht verändert habe, daß ich dich immer und ewig liebe, auf meine Weise, und daß du immer hierherkommen und mein bescheidenes Los teilen kannst, wenn du willst. Solltest du nicht mehr schön sein, so macht das gar nichts. Wir werden uns schon damit abzufinden wissen! Ich habe soviel Schönheit von dir in meiner Erinnerung behalten, so warm und lebhaft, daß das für uns beide und für mindestens zwanzig Jahre ausreicht.
Es war eine große Dummheit und gemein und roh von mir, sie zu verlassen. Aber bis zum heutigen Tage habe ich um meine Seele gekämpft, und wenn mich morgen der Tod hinwegnähme, dann würde ich, dessen bin ich ganz gewiß, doch niemals so kalt und gemein und schwerfällig gewesen sein wie die anderen, soviel Liebe und Träume hat mir Molly während dieser Monate in Amerika geschenkt.
Questo post è stato pubblicato il Aprile 14, 2008 alle 3:19 pm ed è archiviato in letteratura con i tag 1° guerra mondiale, America, Bardamu, cara Molly, Céline, colonie, follia, fuga, malattia. Puoi seguire i commenti a questo post con il feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.
Aprile 14, 2008 a 3:20 pm
Louis-Fernand Céline, “Viaggio al termine della notte”
Aprile 15, 2008 a 4:13 pm
[...] Ci siamo dati appuntamento per un’altra notte. Sono tornato a trovare Molly e le ho raccontato tutto. Per nascondermi la pena che le facevo, s’è data un gran daffare, ma comunque non era difficile vedere che ce l’aveva. L’abbracciavo più spesso adesso ma era un dispiacere profondo il suo, più vero che da noi, perché noialtri abbiamo piuttosto l’abitudine di dirlo più grosso di quel che è. Con gli americani è il contrario. Non osano capire, ammetterlo. è un po’ umiliante, ma comunque, è proprio pena, non è orgoglio, non è nemmeno gelosia, né scene, è nient’altro che la vera pena del cuore e bisogna ben dirsi che tutto questo ci manca dentro e quanto al piacere di provare della pena siamo a secco. Ci vergogniamo di non essere ricchi di cuore e di tutto e anche d’aver comunque giudicato l’umanità più bassa di quel che in fondo è davvero. Di quando in quando, si lasciava andare Molly a farmi comunque un piccolo rimprovero, ma sempre in termini molto misurati, molto garbati. ”Sei molto gentile, Ferdinand, mi diceva lei, e so che fai degli sforzi per non diventare cattivo come gli altri, soltanto, non so se sai bene quello che in fondo tu desideri… Pensaci bene! Bisognerà che ti trovi da mangiare quando sarai tornato laggiù, Ferdinand… E altrove non potrai più passeggiare come qui a fantasticare per notti e notti… Come ti piace tanto fare… Mentre io lavoro… Ci hai pensato Ferdinand?” In un certo senso, aveva ragione, ma a ciascuno il suo. Avevo paura di ferirla. Soprattutto perché lei si feriva facilmente. ”Ti assicuro che ti amo, Molly, e ti amerò sempre… come posso… a modo mio.” Il mio modo, non era molto. Era bene in carne però Molly, molto attraente. Ma avevo anche quella brutta inclinazione per i fantasmi. Forse nient’affatto per colpa mia. La vita vi obbliga a restare un po’ troppo spesso coi fantasmi. ”Tu sei molto affettuoso, Ferdinand, mi rassicurava lei, non piangere per me… Tu sei come malato della voglia di saperne sempre di più… Ecco tutto… Insomma, devi fare la tua strada… Di là, tutto solo… è il viaggiatore solitario quello che va più lontano… Partirai presto allora? - Sì, vado a finire gli studi in Francia, e poi tornerò, l’assicuravo io con faccia di bronzo. - No, Ferdinand, non tornerai più… E poi non sarò nemmeno più qui…” Non era stupida. Arrivò il momento della partenza. Andammo una sera verso la stazione un po’ prima dell’ora in cui tornava nella casa. In giornata ero andato a salutare Robinson. Non era contento nemmeno lui che lo lasciassi. Non la smettevo di lasciare tutti. Sulla banchina della stazione, aspettando il treno con Molly, passarono degli uomini che fecero finta di non conoscerla, ma bisbigliarono delle cose. ”Ecco che sei già lontano, Ferdinand. Tu fai, vero, Ferdinand, esattamente quel che hai voglia di fare! Ecco quel che importa… è solo questo che conta…” Il treno è entrato in stazione. Non ero più molto sicuro della mia avventura quando ho visto la macchina. L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo ancora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini. è forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire. Sono passati degli anni da quella partenza e poi ancora anni… Ho scritto spesso a Detroit e poi altrove a tutti gli indirizzi che mi ricordavo e dove potevano conoscerla, seguirla Molly. Non ho mai ricevuto risposta. Il casotto è chiuso adesso. è tutto quello che ho potuto sapere. Buona, ammirevole Molly, vorrei se può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che non sono cambiato per lei, che l’amo ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene tanto peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanto della sua bellezza in me, così viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per almeno vent’anni ancora, il tempo di arrivare alla fine. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d’America. [...]
Luis Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte.